
Re-inventare la pastorale giovanile conoscendo i nuovi “riti sociali”, i nuovi spazi di incontro, i loro nuovi modi di comunicare
Iniziare un articolo con queste parole produce due distinti e distanti atteggiamenti: il lettore più “adulto” si rispecchia in questo messaggio e plaude perché in esso vede un fondamento di verità e magari rimane soddisfatto perché ancora c’è qualcuno che ribadisce certi messaggi; il lettore più giovane, invece, non continuerebbe oltre la lettura perché questo messaggio dalla famiglia, passando per la scuola, fino a tutte le istituzioni se lo sente ripetere sempre e si sentirà vittima di un luogo comune di pensare, precludendo ogni dialogo con le generazioni adulte e allargandone il gap.
Ma non forse tutti sanno che queste parole, nell’uno e nell’altro caso comunque attuali, non sono state scritte oggi o cinquanta o cento anni fa; risalgono al 470 avanti Cristo e sono del filosofo Socrate e quindi vuol dire che accompagnare i giovani è stata, è e sarà una sfida che appartiene al genere umano di ogni tempo e di ogni spazio.
Non a caso Papa Francesco, dopo il sinodo sulla famiglia, ha voluto fortemente il sinodo sui giovani, perché anche al Chiesa possa affiancare i giovani nel loro cammino di discernimento e di fede. I padri sinodali, infatti, hanno cercato di cogliere i segni dei tempi, con lo sguardo proteso al futuro che si intravede nel presente dei giovani: non dunque destinatari di progetti e programmi pastorali, ma protagonisti dal di dentro a partire dalla capacità degli adulti di mettersi in paziente ascolto e in paziente attesa dei loro passi, a volte veloci da frenare, a volte lenti da spronare.
La realtà giovanile, sempre mutevole e mai statica, è invitata, assieme alla famiglia, a vivere quell’”Evangelii gaudium” che porta alla testimonianza della “Gaudete et exultate” della vita cristiana: è chiaro allora il progetto pastorale del Santo Padre per tutta la Chiesa che partendo da una fede che è gioia del Vangelo, produce frutti di santità nella vita quotidiana, scuotendoci prima di tutto dai nostri salotti comodi per correre, perché no, il rischio di essere ospedali da campo e non musei. Questo i giovani lo hanno capito molto bene e ce lo chiedono, anche perché loro sono disposti a scommettersi.
La citazione con cui ho aperto questo articolo non serve dunque a cadere nei piagnistei e nei rimpianti, serve invece a rimboccarci le maniche e a scuotere noi adulti a non lamentarci dei giovani, ma a incontrarli, a dialogare a interessarci alle loro vite. Questo ci porta a rivedere la nostra prassi e il nostro agire pastorale, perché se un tempo le nostre parrocchie e i nostri oratori erano luoghi di aggregazione e di incontro per i giovani, oggi non lo sono più, lo sono forse per i bambini e i preadolescenti, ma sicuramente non per i giovani. Re-inventare la pastorale giovanile vuol dire capire e conoscere i nuovi “riti sociali” i nuovi spazi di incontro, i loro interessi e i loro gusti, i loro nuovi modi di comunicare: capire e conoscere per poter essere sullo stesso piano dialogico, consapevoli che sono più i nostri esempi a parlare che le nostre parole.
E i giovani che hanno fiuto capiscono quando gli adulti facciamo le cose per servizio o per interesse e sanno fiutare bene. La vivacità di alcune realtà ecclesiali della diocesi rimandano a questa “arte dell’educatore” che facendosi compagno di viaggio, riesce ad entrare in dialogo con il giovane e lo aiuta a leggere la propria vita in Dio e Dio nella propria vita: sono le esperienze di primo annuncio come il Tlc, il Campo Base, il 12X12 che rispondono a questi bisogni del cuore dei giovani, ma anche percorsi e cammini strutturati come gli oratori, l’Azione Cattolica e lo scoutismo che mirano alla formazione personale, umana, sociale e cristiana di ogni individuo. Un bel ruolo gioca pure l’esperienza del Servizio Civile che tramite la Caritas Diocesana e la Fondazione San Giovanni Battista accompagna i giovani per un anno in un’occasione di servizio.
Certo molto ci sarebbe da fare per proporre alle parrocchie e alle associazioni dei percorsi di crescita: penso a una scuola per educatori, a una scuola di formazione politica, a percorsi per educare i teenagers all’affettività e all’amore, a incentivare il progetto Policoro, a “caffè teologici” nei luoghi di ritrovo dei giovani: tutte occasioni, che insieme a quelle esistenti, potrebbero essere una nuova opportunità perché la Diocesi di Ragusa si faccia compagna di viaggio dei giovani.
E l’idea dei compagni di viaggio è l’idea che sottostà al documento finale dei vescovi a conclusione dei lavori sinodali: il camminare insieme, il fare la stessa strada, il portare lo stesso zaino mette educatore ed educando sullo stesso piano, apre i cuori e le menti all’incontro e al confronto, ed evita gli atteggiamenti di maestro/alunno: questo lo sanno molto bene gli scout; questo abbiamo vissuto con alcuni giovani lo scorso mese di agosto percorrendo insieme gli ultimi 100 chilometri della Via Francigena; questo insegna ogni cammino; questo ha fatto Gesù con i suoi discepoli.
I giovani sono in cammino e mettono il mondo e l’umanità in continui cambiamenti, ai tempi di Socrate e ai nostri tempi. A noi adulti non resta che iniziare a metterci in cammino: e il primo cammino da fare è il cambiamento di mentalità, l’uscire fuori dalle nostre abitudini e dalle nostre esperienze che seppur belle e buone, rischiano di chiuderci e di fossilizzarci, privandoci di ardori, di slanci e di entusiasmo che solo i giovani sanno darci. Sì, abbiamo bisogni di riscoprire nella nostra azione pastorale l’entusiasmo nel senso etimologico del termine: con Dio dentro di sé, ognuno può riprendere il cammino e tracciare una strada lasciando un segno del suo passaggio.
don Graziano Martorana
direttore del Servizio Diocesano per la Pastorale dei Giovani






