
«È grazie alla consapevolezza che niente gli appartiene, che Francesco può donare tutto liberamente ai fratelli e così facendo, restituisce a Dio tutti i suoi doni, vivendo evangelicamente “senza nulla di proprio”»
Nel mio percorso all’interno della Gioventù Francescana sono state tante le sfaccettature di Francesco che ho potuto sperimentare, tuttavia, a ottocento anni dalla sua morte, penso che tutto possa essere racchiuso in una parola: Restituzione.
Nei suoi ultimi attimi di vita terrena, Francesco consegna ai frati non soltanto i suoi testamenti e le sue preghiere, ma tutto ciò che di buono ha operato nella sua vita, il quale deriva da “… il bene, tutto il bene, il sommo bene”.
È grazie alla consapevolezza che niente gli appartiene, che Francesco può donare tutto liberamente ai fratelli e così facendo, restituisce a Dio tutti i suoi doni, vivendo evangelicamente “senza nulla di proprio”.
Per me e per i miei coetanei è un passaggio molto difficile, ma che, una volta imparato a farlo, difficilmente smettiamo di fare.
Viviamo seguendo la logica del dover acquisire sempre di più, del dover possedere tutto per essere migliore di qualcuno o, peggio, per dover essere qualcuno, rischiando però di prendere scelte dettate dalla paura di perdere quelle cose che, a detta nostra, ci siamo guadagnati. Donarsi agli altri e, di conseguenza, restituire tutto a Dio, non ci fa altro che ricordare che tutto il bello della nostra vita ci è stato donato e non per tenerlo egoisticamente, liberandoci da ansie e preoccupazioni di dover mantenere i nostri “possedimenti” e vivendo da figli amati e liberi da ogni peso. Il restituire può essere veramente la chiave della nostra felicità e della nostra libertà.
Personalmente, ho avuto la Grazia di sperimentare questa parola, nell’esperienza del “GO! – Franciscan Youth Meeting” ad Assisi, in cui, oltre a condividere questo momento con tanti ragazzi da tutta Europa, ho avuto l’opportunità di porre una domanda al Santo Padre. In quei giorni, ho fatto memoria del mio cammino, iniziando proprio dal Perdono di Assisi, ovvero l’abbraccio di un Padre che, nonostante tutto, continua a chiamarti Figlio. Già da questo giorno molto importante per noi francescani, ho sentito la necessità di dover donare questo amore ricevuto, soprattutto negli abbracci, nei sorrisi e nelle condivisioni, e inconsapevolmente non facevo altro che ritornare a Lui tutto ciò. Quei giorni mi hanno dato anche la possibilità di crescere nella fede, infatti grazie alla partecipazione ad alcuni forum, workshop e ascoltando varie testimonianze, ho capito qual è la strada da intraprendere per cercare di essere testimoni credibili, affrontando le sfide e le difficoltà di un ragazzo che vive nel mondo di oggi. Infine ho incontrato Papa Leone XIV e gli ho chiesto come, sull’esempio di Francesco, noi possiamo restare nell’Amore materno di una Chiesa che, nonostante le sue ferite e le sue fragilità, si presenta sempre pronta ad accoglierci.
Della risposta del Papa, vorrei riportare soltanto una frase che mi ha colpito: “«Francesco, va’ e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!» (FF 1038): ognuno di noi ha un ruolo in questo cantiere sempre aperto. Abbiamo diverse responsabilità e vocazioni, ma camminiamo insieme, ispirandoci, aiutandoci e correggendoci a vicenda.”
Tutti noi siamo chiamati a essere costruttori e anche riparatori, se serve, di questa nostra “Mamma”, a prescindere dai nostri ruoli, pertanto, grazie ai Suoi doni, saremo capaci di poterlo fare.
Inoltre mi ha anche emozionato stringere la mano al Papa e notare i suoi occhi. Lì ho visto la sua umanità, un 70enne con i suoi dubbi, le sue domande, i suoi inciampi, ma con alle spalle la Chiesa intera. Ho potuto immaginare quanto grande sia la Sua fede e quanto lui cerchi quotidianamente, nel suo ministero, di donare a tutti noi, i doni che riceve da Lui.
Concludo facendo un invito a me stesso e a tutti i ragazzi che vivono un cammino di fede: lasciamoci ispirare da San Francesco per capire come essere figli liberi e amati. Doniamo agli altri ogni nostro bene spirituale, per essere sempre grati a Lui per tutto ciò che ci dona.
Prendendo le parole del Papa, durante l’omelia della celebrazione finale di quei giorni a Santa Maria degli Angeli, “Go, andate, anzi Let’s Go, andiamo!”, ritengo necessario per il giorno d’oggi, come gli apostoli sul Tabor, che anche noi, con i nostri doni, dobbiamo scendere dal monte e portare quella Luce di Cristo Trasfigurato al mondo intero, provando un minimo a essere, facendoci guidare dallo Spirito, “pellegrini e forestieri di questo mondo”.






